Zarathustra 72 | IL SALUTO

IL SALUTO

Fu solo nel tardo pomeriggio che Zarathustra, dopo lunghe e vane ricerche, dopo aver molto vagato, fece ritorno alla sua caverna. Ma quando si trovò di fronte ad essa, e distante solo una ventina di passi, accadde ciò che adesso egli meno attendeva; udì nuovamente l'acuto grido di soccorso. E, cosa strana! esso proveniva questa volta, dalla sua caverna. Ma era un grido lungo, singolare e molteplice, e Zarathustra notò distintamente che si componeva di molte voci: sebbene paresse, a distanza, il grido di un'unica bocca.

Zarathustra si slanciò allora verso la sua caverna ed ecco! quale spettacolo l'attendeva dopo tale concerto! Giacchè sedevano tutti gli uni presso gli altri coloro nei quali s'era incontrato lungo il giorno: il re di destra e il re di sinistra, il vecchio mago, il papa, il mendicante volontario, l'ombra, il coscienzioso dello spirito, il triste indovino e l'asino; ma il più brutto tra gli uomini s'era messo in capo una corona e s'era cinto di due sciarpe di porpora, – poichè, come tutti i deformi, gli piaceva mascherarsi e nascondere la propria bruttezza. Ma in mezzo a quella accolta di afflitti stava l'aquila di Zarathustra, inquieta, irte le penne, poichè doveva rispondere a troppe cose per le quali non aveva risposte la sua superbia: e gli si era attorto al collo l'accorto serpente.

Con grande stupore mirò tutto ciò Zarathustra; poi considerò ad uno ad uno i suoi ospiti; con benigna curiosità, leggendo nell'anima loro, e stupì nuovamente. Frattanto i convenuti s'erano levati da sedere; e con rispetto attendevano che Zarathustra parlasse. E così parlò Zarathustra:

«Voi disperati! Voi singolari! Fu dunque il vostro grido di aiuto che udii? Ora so pure dove si può cercare colui che invano oggi cercai: l'uomo superiore: –

– egli siede nella mia caverna, l'uomo superiore! Ma perchè mi stupisco! Non fui io stesso ad attirarlo verso di me con offerte di miele e con gli astuti richiami della mia felicità?

Mi sembra che voi mal v'intendiate, con cuore arcigno, voi che chiamate soccorso mentre sedete qui insieme. È necessario che prima venga qualcuno, –

– qualcuno che vi faccia ridere di nuovo, un buon compagno allegro, un danzatore, uno scapestrato, oppure un pazzo: – che ve ne pare?

Perdonatemi dunque, o voi disperati, che vi parli così volgari parole, indegne, in verità, di simili ospiti! Ma voi non indovinate ciò che fa petulante il mio cuore: –

– Siete voi stessi e lo spettacolo di voi, perdonatemi! Giacchè guardando chi dispera, ognuno riprende coraggio, ognuno si crede forte abbastanza – per consolare un disperato.

A me stessi voi donaste tal forza, – un dono prezioso, o miei ospiti illustri! Un dono degno d'ospiti onesti! Ebbene, non v'adirate se v'offro pure del mio.

Questo è il mio regno e il mio dominio: ma ve l'offro per questa sera e per questa notte. Vi servano i miei animali: la mia caverna sia il vostro luogo di riposo! Albergati da me, non disperi alcuno di voi; io proteggo ciascuno nella mia contrada, dalle bestie feroci. Sicurezza! Ecco la prima cosa che v'offro.

E la seconda è il mio mignolo. E quando lo avrete prendetevi pure tutta la mano, ecco! Ed anche il cuore! Benvenuti qui, benvenuti, ospiti miei!».

Così parlò Zarathustra, e rise di cattiveria e d'amore. Dopo questo saluto s'inchinarono gli ospiti ancora una volta, in silenzio, e riverenti; ma gli rispose, a nome di tutti, il re di destra.

«Al modo col quale ci presentasti la tua mano e il tuo saluto, Zarathustra, noi riconosciamo che tu sei Zarathustra. Tu, innanzi a noi, t'umiliasti; per poco non feristi il nostro rispetto –

– ma chi dunque saprebbe, al pari di te, umiliarsi con tanta fierezza? Questo ci conforta, è un ristoro per i nostri occhi e i nostri cuori.

Solo per esserne spettatori noi ascenderemmo volontieri montagne più alte di queste. Giacchè siamo avidi di spettacolo, e vogliamo vedere ciò che rende sereni gli occhi turbati.

Ed ecco, già cessarono i nostri gridi d'aiuto. Già la nostra mente e il cuore nostro s'aprono pieni di gioia. Poco manca che il nostro coraggio non divenga insolenza.

Nulla su la terra, o Zarathustra, vince la gioia di una volontà alta e forte: questa è la pianta migliore quaggiù. Un intero paesaggio acquista bellezza da un albero tale.

Io lo assomiglio a un pino, o Zarathustra, quegli che cresce come te: slanciato, silenzioso, duro, solitario, del migliore e più flessibile legno, superbo –

– che diffonde i suoi rami vigorosi e verdi per afferrare il suo dominio, rivolgendo robuste domande ai venti e alle tempeste, e a tutto ciò che è familiare alle altezze, –

– rispondendo ancora più forte, come uno che comanda, un vittorioso: ah! chi non ascenderebbe alti monti per contemplare simili piante?

Da questo albero tuo, Zarathustra, ha conforto anche chi è cupo e deforme; nel guardarti anche l'incostante acquista sicurezza e salute.

E in verità molti sguardi si dirigono oggi verso il tuo monte e l'albero tuo: un desiderio ardente s'è levato verso di te, e molti impararono a chiedere: chi è Zarathustra?

E tutti coloro ai quali stillasti nell'orecchie il tuo miele e la tua canzone; tutti coloro che sono nascosti solitari o a due, dissero improvvisamente nel cuore:

«Vive ancora Zarathustra? Più non vale la pena di vivere. Tutto è simile, tutto è vano: a meno che – non viviamo con Zarathustra!».

«Perchè non viene colui che s'annunziò da tempo sì lungo? – così molta gente si chiede; – lo divorò forse la solitudine? Oppure dobbiamo andare da Zarathustra?».

Ora accade che la solitudine stessa divenga fracida e si spezzi, simile a tomba che s'apre e più non può contenere i suoi morti. Dappertutto si vedono risuscitati.

Ora salgono e s'accavallan le onde attorno al tuo monte, o Zarathustra. E lontano nell'eccelsa altitudine, molti debbono ascendere verso di te; la tua nave non deve rimanere più lungo tempo all'asciutto.

E che noi siam venuti verso la tua caverna, noi che disperammo e che ora più non disperiamo: è un segno e un presagio che s'avviò alla tua volta taluno migliore di noi, –

giacchè s'avviò a te l'ultimo avanzo di Dio tra gli uomini; cioè tutti gli uomini che hanno gran disgusto, gran sazietà, –

– tutti coloro che non vogliono vivere senza poter di nuovo sperare – o imparare da te, Zarathustra, la grande speranza!».

Così parlò il re di destra, afferrando la mano di Zarathustra, per baciarla; ma Zarathustra si schermì e si ritrasse spaventato, silenzioso; poi tacque, quasi volesse fuggire lontano. Ma dopo un po' era già nuovamente presso i suoi ospiti, e guardandoli con occhi chiari e indagatori, egli disse:

«Ospiti miei, uomini superiori, voglio parlarvi tedesco e con molta franchezza. Non siete voi che io attendevo su questa montagna».

(«Tedesco e con franchezza? lo preservi Iddio! disse allora il re di sinistra; si vede ch'egli non conosce i buoni tedeschi, questo savio d'Oriente! Ma egli vuol dire «tedesco e rudemente» – ebbene, non è questo, oggi, il gusto peggiore!»).

«Può darsi che voi siate tutti, gli uni e gli altri, uomini superiori, continuò Zarathustra, ma, per me, voi non siete nè grandi nè forti abbastanza.

Per me, voglio dire: per la volontà inesorabile che in me tace, che tace, ma che sempre non tacerà. E se voi siete miei, non siete però il mio braccio destro.

Giacchè colui che, come voi, cammina su gambe malate e deboli, vuole anzitutto, lo dica o no, venir risparmiato. Ma io non risparmio le mie braccia e le mie gambe, io non risparmio i miei guerrieri: come potreste voi servire alla mia guerra?

Con voi guasterei le mie vittorie, e più di uno fra voi cadrebbe al solo rullo dei miei tamburi.

Anche non siete belli e bennati abbastanza per me. Ho bisogno di specchi puri e lisci per quello che insegno; riflessa sulla vostra superficie la mia imagine sarebbe deformata.

Pesano sulle vostre spalle molti fardelli, molti ricordi; molti nani maligni s'annidano nei vostri angoli. Anche in voi v'è plebe nascosta.

E se pur siete alti e di buona razza, molte cose in voi sono curve e deformi, e non v'è fabbro al mondo che possa raddrizzarvi come vorrei.

Voi, non siete che ponti: possano, i migliori di voi, passare dall'altra parte! Voi rappresentate gradini: non v'irritate dunque contro colui che vi sale per giungere alla sua altezza!

Può, dalla vostra semente, nascere un giorno per me, un vero figlio, un erede perfetto: ma quel tempo è lontano. Voi non siete affatto coloro ai quali appartiene il mio nome e la mia eredità.

Non voi io attesi su questa montagna; non con voi discenderò un'ultima volta tra gli uomini. Voi non siete che precursori, venuti a me per annunziarmi che altri, più grandi, camminano verso di me, – non già gli uomini che hanno il grande desiderio, il grande disgusto, la gran sazietà, nè ciò che voi chiamate quanto resta di divino tra gli uomini,

– no! no, tre volte no! Altri attendo qui sulla montagna, e non voglio, senza di essi, volgere i miei passi lungi da qui,

– altri che saranno più grandi, più forti, più vittoriosi, uomini più giocondi, che sono dritti di corpo e d'anima: debbono venire, leoni ridenti!

O singolari ospiti miei – non udiste ancora parlare dei miei figli? non sentiste dire che vengono verso di me?

Parlatemi dunque dei miei giardini, delle mie isole beate, della mia nuova e bella stirpe – perchè non mi parlate di ciò?

Imploro l'amor vostro di ricompensare la mia ospitalità parlandomi dei miei figli. Per essi mi feci ricco, per essi mi feci povero; che cosa non ho dato,

– che non darei per avere quest'unica cosa, questi figli, questa vivente vegetazione, questi alberi vitali della mia volontà e della mia più alta speranza!».

Così parlò Zarathustra e s'arrestò d'improvviso nel suo discorso; giacchè fu assalito dal suo desiderio e chiuse gli occhi e la bocca per la commozione del cuore. E tacquero anche tutti i suoi ospiti, immobili e costernati: soltanto il vecchio indovino faceva cenni con le mani e gesticolava.

 

Così parlò Zarathustra

Traduzione italiana di Domenico Ciampoli