Zarathustra 39 | DEI DOTTI

DEI DOTTI

Mentre giacevo nel sonno, una pecora brucò la corona d'edera della mia testa – brucò e disse: «Zarathustra non è più un saggio».

Disse, e se ne andò grave e superba. Me lo raccontò poi un bambino.

Mi piace giacere dove giocano i bambini, vicino al muro diroccato, sotto i cardi e i rossi papaveri.

Sono ancora un dotto per i bambini, ed anche per i cardi e i fiori di papavero. Essi sono innocenti nella loro stessa malizia.

Ma non lo son più per le pecore: così vuol la mia sorte – sia benedetta!

Giacchè questa è la verità: ho abbandonato la casa dei dotti, e ne ho chiusa la porta dietro di me.

Troppo a lungo l'anima mia sedette affamata al loro desco; non sono alla loro maniera addestrato alla conoscenza come a romper le noci.

Io amo la libertà e la brezza che soffia sulla terra fresca; più ancora mi piace dormir su le pelli dei bovi, che su i loro onori e le loro dignità.

Io son troppo ardente e troppo consunto dai miei propri pensieri: e spesso mi manca il respiro: allora ho bisogno d'andare all'aperto, e fuggo le stanze piene di polvere.

Ma essi seggono freschi all'ombra fresca: vogliono essere, in tutto, solo spettatori; e si guardan bene dal sedere sui gradini fatti roventi dal sole.

Simili a coloro che se ne stanno sulla via e guardano oziosi la gente che passa: così s'indugiano anche essi in attesa di pensieri pensati da altri.

Se una mano appena li tocchi, fanno involontariamente polvere intorno a sè come sacchi di farina; ma chi potrebbe pensare che questa lor polvere venga dal grano, e dalla delizia dorata dei campi estivi?

Se si atteggiano a sapienti, mi sento agghiacciato dalle loro piccole sentenze e dalle loro verità: la loro sapienza esala spesso un odor di palude: e in verità vi udii gracidare le rane!

Sono destri ed hanno abili dita: che vuole la mia semplicità presso la loro complessità? Le loro dita sono esperte nell'annodare e nel tessere: così essi fanno la calza dello spirito!

Sono utili congegni d'orologio: soltanto bisogna saperli caricar bene! Allora segnano l'ora senza sbagliare e con un modesto rumore.

Lavorano come macine e cilindri da mulino: purchè si getti loro il frumento da macinare! – sanno l'arte di triturare il grano e di ridurlo in polvere.

Sanno vigilarsi le dita a vicenda e con diffidenza. Astuti in piccole malizie spiano coloro la cui scienza cammina con piede zoppo – e li attendono simili ai ragni.

Li vidi sempre preparare con diligenza il veleno; e per ciò essi coprono sempre le dita loro con guanti di vetro.

Sanno pure giocare con dadi falsi, e li sorpresi a giocare con grande ardore che n'eran sudati.

Noi siamo stranieri a vicenda, e le loro virtù sono anche più contrarie al mio gusto che le loro menzogne e i loro dadi falsi.

E quando dimorai presso di loro, dimorai sopra di loro. Perciò mi tennero il broncio.

Non possono tollerare che alcuno cammini più in alto; e per ciò essi posero legna e terra e immondizie fra me e le loro teste.

Ammorzarono così il rumore dei miei passi e furono i più sapienti che finora m'intesero peggio.

Tutti gli errori e le debolezze umane essi posero tra me e loro: – «soffitto falso» chiamano ciò nelle loro case.

Ma ciò nonostante cammino con i miei pensieri sopra il loro capo; ed anche se volessi camminare sui miei propri errori sarei sempre più in alto di loro e della loro testa.

Poichè gli uomini non sono eguali: così parla la giustizia. E ciò che io voglio, essi non lo potrebbero volere.

Così parlò Zarathustra.

 

Così parlò Zarathustra

Traduzione italiana di Domenico Ciampoli