Zarathustra 50 | DELLA VIRTÙ CHE IMPICCIOLISCE

DELLA VIRTÙ CHE IMPICCIOLISCE

1.

Quando Zarathustra fu di nuovo sulla terra ferma, non andò più direttamente verso la sua montagna e la sua caverna, ma fece molte strade e molte domande, informandosi di questo e di quello, così che diceva egli stesso, scherzando, di sè: «Ecco un fiume che con mille aggiramenti ritorna alla propria sorgente!». Poichè egli desiderava sapere che fosse stato dell'uomo in quel tempo: se era divenuto più grande o più piccolo! E scorgendo una volta una fila di case ne stupì e disse:

«Che significano codeste case? In verità nessuna anima grande le edificò quali proprie imagini!»

Le prese forse uno sciocco bambino dalla sua scatola di giocattoli? Oh, se un altro bambino le rimettesse nella sua scatola!

E queste camere e stanze, possono uomini uscirne ed entrarvi? Mi sembrano fatte per bambole di seta; o per gattine golose che volentieri si lascerebbero mangiare».

Zarathustra si fermò meditando. Disse alla fine, rattristato: «Tutto è divenuto più piccolo!

Da per tutto vedo porte più basse: chi è della mia specie riesce a passarvi, ma – deve curvarsi!

Oh, quando sarò di nuovo nella mia patria, dove non sono più costretto a curvarmi – a curvarmi dinanzi ai piccoli!» – Zarathustra sospirò e guardò lontano.

Ma quello stesso giorno egli pronunciò il suo discorso sulla virtù che rimpicciolisce le cose.

2.

Io passo attraverso questo popolo e tengo gli occhi aperti: gli uomini non mi perdonano di non essere invidioso delle loro virtù.

Essi m'abbaiano dietro, perchè dico loro: a gente piccola occorrono piccole virtù – e perchè non arrivo a comprendere che gente piccola sia necessaria!

Io somiglio al gallo nel cortile di una fattoria straniera, ch'è detestato dalle stesse galline; ma per questo io non serbo rancore alle galline.

Io sono cortese con esse come con tutte le piccole seccature; essere selvatico con ciò ch'è piccolo, mi sembra una saggezza da istrici.

Parlano tutti di me, quando seggono la sera intorno al fuoco – parlano di me, ma nessuno pensa a me!

Questo è il nuovo silenzio che imparai: il rumore che mi fanno intorno distende un mantello sui miei pensieri.

Essi mormorano fra di loro: «che ci riserba questa tetra nube? stiamo in guardia, chè non ci rechi un'epidemia!».

E poc'anzi una donna trasse a sè un bambino che mi muoveva incontro: «allontanate i fanciulli! – gridò – occhi tali bruciano le anime dei bambini».

Essi tossiscono, quando io parlo: pensano che la tosse sia un'obiezione contro la violenza del vento, – non comprendono nulla dell'impeto della mia felicità!

«Noi non abbiamo ancor tempo per Zarathustra» – essi obiettano; ma che vale un tempo, che «non ha tempo» per Zarathustra?

E quando mi lodano poi: come potrei addormentarmi su la loro fama? Una cintura di spine mi pare la lode loro: mi punge ancora quando me la tolgo.

E anche questo imparai fra di loro: che chi loda finge di restituire qualche cosa, ma vuole, in verità, ricevere molto di più!

Chiedete al mio piede se gli piace il loro modo di lodare e di sedurre! In verità, al suono di quella musica esso non vuol ballare nè star fermo.

Essi vorrebbero sedurmi e persuadermi alla piccola virtù; vorrebbero persuadere il mio cuore al tic-tac della piccola felicità.

Io passo attraverso questo popolo e tengo aperti gli occhi: costoro son divenuti e divengono sempre più piccoli: – n'è cagione la loro dottrina della felicità e della virtù.

Essi sono modesti anche nella loro virtù – perchè vogliono la loro comodità. Con la comodità può andar d'accordo solo una modesta virtù.

Imparano bensì a camminare e a trascinarsi avanti, a modo loro: e io chiamo ciò il loro zoppicare. Ma con questo essi riescono d'inciampo a chiunque abbia fretta.

E più d'uno tra loro procede innanzi e guarda indietro col collo stecchito: mi piace dar di cozzo in costoro.

Il piede e l'occhio non devon mentire nè contraddirsi l'un l'altro. Ma vi è molta menzogna tra piccola gente. Vogliono, alcuni di loro; ma i più sono dominati. Alcuni sono sinceri, ma i più sono commedianti cattivi.

V'han tra loro attori incoscienti e attori involontari; i sinceri sono sempre rari, specialmente gli attori.

Poco v'è qui di virile: si mascolinizzano perciò le donne loro. Giacchè soltanto chi è uomo abbastanza, può salvare nella donna, la donna.

E questa è l'ipocrisia peggiore che trovai fra di loro: che anche quelli che comandano simulano le virtù di quelli che servono.

Io servo, tu servi, noi serviamo – così prega qui anche l'ipocrisia di chi domina, – e guai se il primo dei padroni è soltanto il primo dei servi!

Oh, pur nelle loro ipocrisie penetrò la curiosità del mio sguardo; e indovinai bene la loro gioia di mosche, e il loro ronzare sulle vetrate illuminate dal sole.

Quanta bontà, altrettanta debolezza io vidi. Tanta giustizia e compassione, quanta debolezza.

Franchi, onesti e benevoli essi sono gli uni con gli altri, come i granelli di sabbia son franchi, onesti, benevoli verso i granelli di sabbia.

Chiamano «rassegnazione» accettare modestamente una piccola gioia! ma nel medesimo tempo essi sogguardano intorno una nuova, piccola felicità.

Essi desiderano, in fondo, semplicemente una cosa; che nessuno faccia loro del male. Così precorrono i desideri degli altri e fanno agli altri del bene.

Ma questa è viltà: se pur si chiami «virtù».

E quando questa piccola gente parla rude: non odo nella voce sua che raucedine, – che s'aggrava a ogni soffio di vento.

Essi sono prudenti: le loro virtù hanno abili dita. Ma mancan del pugno; le loro dita non sanno chiudersi a pugno.

Virtù è per essi tal cosa che fa mansueti e modesti: mutan con ciò il lupo nel cane, e l'uomo stesso nel più domestico tra gli animali.

«Noi ponemmo la seggiola nostra nel mezzo – questo mi dite ghignando – e a uguale distanza dai gladiatori morenti e dai porci beati».

Ma questa è mediocrità: sebben la diciate moderazione.

3.

Io passo attraverso questo popolo e vi lascio cadere più d'una parola: ma esso non sa nè prendere nè ritenere. Essi stupiscono ch'io non sia venuto a insultare ai loro piaceri e ai lor vizi; ma in verità io non venni per metterli in guardia contro i borsaioli.

Si meravigliano che io non sia pronto ad aguzzare e affinare la loro prudenza: come se non fossero già troppi, fra loro, i sottili, la cui voce è per me una matita che stride su d'una lavagna!

E allorchè grido: «Maledetti tutti i vostri vili demoni, i quali amano piangere, unire le mani e adorare», essi gridano: «Zarathustra è un empio».

E specialmente gridan così i loro maestri di rassegnazione; ma appunto a loro mi piace gridare: Sì! Io sono Zarathustra l'empio!

Questi maestri di rassegnazione! Dovunque c'è qualcosa di piccolo, di malato, di scabbioso, essi strisciano come pidocchi, e il mio disgusto soltanto m'impedisce di schiacciarli.

Ebbene! È questo il sermone che faccio alle orecchie loro: io son Zarathustra, l'empio, il quale vi dice: «chi è più empio di me, perchè possa allietarmi col suo insegnamento?».

Io son Zarathustra, l'empio; dove posso trovare un mio eguale?

Miei eguali sono tutti coloro che impongono a sè stessi la loro volontà, e respingono la rassegnazione.

Io son Zarathustra, l'empio: faccio cuocer nella mia pentola ogni mio caso. E solo quando è cotto bene gli dò il benvenuto quale mio cibo.

In verità più di un fatto mi giunse imperioso: ma più imperioso parlò ad esso la mia volontà – sì che io lo vidi inginocchiarmisi inanzi –

– supplicando di dargli un asilo e un cuore, e parlandomi lusinghiero: «vedi un po', Zarathustra, come soltanto l'amico corre a l'amico!».

Ma perchè parlo io, se nessuno ha le mie orecchie! E voglio gridar così a ogni vento:

Voi v'impicciolite sempre di più, gente piccina! Vi sbriciolate, o amici del comodo vostro! Voi finirete per perdervi, per la moltitudine delle vostre meschine virtù, delle molte piccole vostre omissioni, delle vostre molte piccole rassegnazioni!

Troppo molle, troppo cedevole, è il vostro terreno! Perchè un albero possa crescere alto, esso deve attorcigliarsi con solide radici attorno a solide rocce!

Anche le vostre omissioni tesson la trama dell'avvenire umano; anche il vostro nulla è una tela di ragno, è un ragno che vive nella tela dell'avvenire.

E quando prendete è come se rubaste, o piccoli virtuosi; ma pur tra i furfanti dice l'onore: «si deve rubare soltanto quando non si può toglier con forza».

«Si dà» – è anche questa una dottrina della rassegnazione. Ma io vi dico o amanti del comodo: si toglie e sempre più vi si toglierà!

Oh, se voi voleste disfarvi di tutto ciò ch'è un mezzo volere e foste decisi, sia nella pigrizia, sia nell'azione!

Oh, se voi comprendeste la mia parola «fate sempre ciò che volete, ma siate, prima di tutto, capaci di volere!».

«Amate sempre il prossimo vostro come voi stessi – ma siate prima di tutto di quelli che aman sè stessi –

– che aman con grande amore con grande disprezzo!» Così parlò Zarathustra, l'empio...

Ma che vi dico, poichè nessuno possiede le mie orecchie! È ancora troppo presto d'un'ora, per me.

Tra questo popolo io sono il precursore di me stesso, il mio grido di gallo attraversa le oscure contrade.

Ma la loro ora giunge! E giunge anche la mia! Di tempo in tempo essi divengono più piccoli, più poveri, più sterili, – povera erba! povero suolo!

E presto essi mi staranno dinanzi come l'aria secca e come una steppa e, in verità, stanchi di loro stessi – e assetati, più che d'acqua, di fuoco!

Oh, benedetta ora della folgore! Mistero che precede il meriggio! – farò un giorno di voi fuochi divampanti, e apostoli con lingue di fuoco: essi dovranno un giorno annunziare con lingue di fuoco: – Egli viene, è vicino, il grande meriggio! –

Così parlò Zarathustra.

 

Così parlò Zarathustra

Traduzione italiana di Domenico Ciampoli